Poichè tra poco entrerà in questo spazio anche il prode Laerte alias Aristide Callupigi, pongo qui un suo scritto di ispirazione horror.
Lenta è stata la mia rovina, il mio discendere impercettibile verso l'abisso. Non so spiegare bene cosa è avvenuto; solo una serie di fantasmi confusi e di voci oracolari. Un sogno, che frequenta spesso le mie notti, può dare l'immagine del mio scivolare lento e inesorabile verso la follia:cammino solo, lungo una strada alberata, leggermente illuminata da un grigiore fluorescente, che viene dalla strada stessa ed è tuttavia l'unica cosa visibile nel buio che la circonda. Gli alberi, credo siano betulle, lanciano le loro ombre tremule sulla strada-mi chiedo come facciano visto l'assenza di una luce che le sovrasti. Dopo aver camminato per non so quanto tempo sopra questa tenue striscia arrivo ad un lago immobile e nero, l'aria che lo ammanta sembra essere densa e carnosa mentre l'acqua deve essere quasi impalpabile, sfuggente come il mercurio. Credo che questo incubo che perseguita le mie notti sia un'allegoria del mio naufragio sugli scogli della follia. Ero giunto in uno stato in cui niente più mi dava gioia e dolore, i miei nervi erano anestetizzati, non provavo più interesse per le passioni di cui mi ero nutrito fino ad allora. Vagavo per le giornate, tutte delle stesso grigio, come una barca a cui si è rotto il timone: andavo alla deriva. Questo mio stato, in cui ho vissuto con una pelle di serpente, si è protratto per un anno e forse più. Un anno in cui sono sceso all'inferno, o meglio l'inferno è entrato in me; la mia anima si è tuffata nella palude stigia. Finchè un giorno il mio cuore si è risvegliato, illuminato dal raggio nero del male; i miei nervi sono tornati sensibilissimi grazie al soffio malsano della perdizione. Una notte mentre rincasavo, avvolto nel mio sudario di vuoto doloroso, un pover'uomo venne investito, dall'altro lato della strada, da un auto che si dileguò in fretta. Andai verso il malcapitato, non tanto per quello spirito fraterno che dovrebbe unire tutti gli uomini, quanto piuttosto spinto da una morbosa curiosità. Era un distinto signore con dei capelli candidissimi adesso macchiati dal suo sangue, intensamente rosso che defluiva da un taglio alla testa. Mi chinai sul vecchio che tentava disperatamente di parlare senza riuscirci; rimasi intontito ad osservare la macchia rossa sulla testa del vecchio: quel colore rubino mi inebriava. Mutava la macchia, si trasformava, era una progressiva metamorfosi, finchè non apparve il Bafometto che mi fissava con la barba caprina e il riso sardonico. Il vecchio si aggrapò disperatamente al bavero della mia giacca, come se fosse stata la vita che gli stava sfuggendo. Allora il mio furore esplose improvviso, come una bomba, eseguendo il volere della macchia malvagia. Afferrai il bastone da passeggio che era per terra, a fianco del vecchio, e cominciai a colpirlo con l'impugnatura di ferro a forma di testa di lupo. In poco tempo un grande sipario rosso calò davanti ai miei occhi, era come se il sangue del vecchio stesse allagando tutto il mondo che adesso vi stava affogando. La macchia rossa era scomparsa, mescolata a tutto quel sangue, gettai il bastone dentro un cespuglio e mi avviai verso casa in preda ad una specie di estasi mistica, di delirium tremens. Mi svegliai la mattina dopo nel mio letto, non capendo se gli avvenimenti della notte prima fossero stati solo un sogno o un fatto realmente avvenuto. Man mano che riprendevo coscienza avvertivo un fastidio, una fitta, dietro la spalla sinistra. Mi alzai dal letto per andare in bagno quando, passando davanti allo specchio dell'armadio, intravidi qualcosa di insolito. Tornai indietro e voltai la spalla sinistra verso lo specchio: allora la vidi: la macchia rossa, il Bafometto che mi fissava beffardo.
martedì 8 gennaio 2008
La Macchia Rossa
Pubblicato da
Shaknardò
a
9.45
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